II DOMENICA D’AVVENTO

Accogliere Dio nella nostra vita necessita di preparazione; non saremo mai sufficientemente preparati in quanto Dio va al di là delle nostre attese, ma da parte nostra occorre comunque impegno. Se non ci prepariamo, il Natale non sconvolgerà nessuno con il suo messaggio tanto siamo assuefatti dalla routine commerciale e passerà inosservato. L’invito a prepararci è scandito da verbi precisi presenti oggi nelle letture: consolate, parlate, spianate, raddrizzate…. Si tratta di verbi che includono impegno, finalizzati ad un bene collettivo e non solo individuale; spesso rischiamo di mettere noi al centro del Natale, mentre esso è sì per noi, ma al centro di tutto c’è Dio; ricordiamocelo. L’umanità ha bisogno di quella consolazione che raggiunga il cuore delle persone e porti loro pace; ha bisogno di essere raggiunta da quelle parole che infondono coraggio che trasmettono amore; c’è davvero bisogno di spianare, ti togliere di mezzo tutti gli ostacoli che ci impediscono di intravedere la luce, così come c’è bisogno di raddrizzare strade tortuose create dal nostro egoismo, dai nostri ragionamenti che deviano dal percorso e non portano alla meta della vita, ma solo a condizioni che creano suggestioni e illusioni, tradendo quella che invece è l’attesa più importante: incontrare Dio. Il Battista ha compiuto la sua missione, oggi tocca a noi preparare i cuori dei nostri fratelli e delle nostre sorelle a ricevere Dio. Ma cosa significa il richiamo alla conversione? Vuol dire ritornare dal Signore, vuol dire mettere Dio al centro delle nostre decisioni. Questo comporterà una serie di atteggiamenti che ci aiuteranno a lottare contro quei limiti che ci portiamo dentro come le nostre infedeltà, le nostre irascibilità. I nostri compiti non si esauriscono nel confrontarci con noi stessi, ma si estendono anche all’annuncio del Vangelo al prossimo, un annuncio urgente che andrebbe gridato per oltrepassare il muro del chiasso quotidiano nel quale siamo immersi. La nostra è una voce nel deserto perché non sappiamo chi ci ascolta. La società è talmente presa da altre cose che l’attesa del Dio vivente non desta alcun interesse, motivo questo che ci spinge a gridare ovvero a rompere questa consuetudine soporifera; occorre che qualcuno ci svegli come anche noi risvegliamo altri essendo noi, comunità di credenti, portatori di un messaggio del quale ne facciamo parte, testimoni di una appartenenza a Cristo vitale per tutti.
Don Giuliano
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