Commento alle Letture della Domenica

XVIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO

La prima lettura, l’overture del libro del Qoelet, ci invita ad operare un discernimento e a farci domande sul senso stesso della vita. Non tutto ciò che troviamo nel mondo ed entra in contatto con la nostra vita è buono. Spesso il praticare certe esperienze o abitudini comporta il cadere in situazioni insidiose che sono capaci di attrarci così tanto da rubarci completamente il cuore. Nonostante queste dinamiche attrattive non dobbiamo evadere dal mondo, dobbiamo darci delle priorità, costruire e difendere quella scala dei valori fatta di amore e di bene, conseguenze dell’evento pasquale consegnateci nel Battesimo. Con il Battesimo siamo divenuti creature nuove, arricchiti dalla novità di Cristo; siamo stati indirizzati a vivere la nostra vita mettendo Cristo al centro e non noi stessi. Se mettiamo al centro noi stessi sarà facile cadere in tutte quelle trappole che il male ci tende, sarà facile essere affascinati dalle sole cose che ci procurano piacere, ma che ci consumano dentro tanto da non farci più ragionare e da metterci in conflitto gli uni gli altri facendoci perdere il senso di tutto, compresi noi stessi. Queste riflessioni emergono dalla seconda lettura che anche ci mette in guardia da ciò che è estremamente pericoloso: dalle immoralità sessuali alla cupidigia. Proprio quest’ultima costituisce l’argomento trattato da Gesù nel Vangelo prendendo spunto da una disputa su una eredità. Sono spesso queste dispute che ancora oggi creano grandi divisioni all’interno delle famiglie mettendo tutti contri tutti. Ragioniamo al contrario del Vangelo: viviamo come se fossimo eterni ma non pensiamo affatto all’eternità, anzi non pensiamo affatto a Dio, ma solo a noi stessi. Mentre il Vangelo ci ricorda che siamo (potenzialmente) eredi dell’eternità e che tutto ciò che costituisce questa vita è relativo ad essa. La vita “non dipende da ciò che si possiede” ma da tutto ciò che ci arricchisce presso Dio. La vita non è garantita dal possedere le cose. Se abbiamo dei beni, questi vanno utilizzati e orientati in funzione del nostro rapporto con Dio. Non a caso, nella parabola, Dio (caso esclusivo che si contempli in una parabola Dio) si rivolge a quell’uomo definendolo “stolto” perché si tratta di una persona che parla e ragiona con se stesso, senza confrontarsi con nessuno. La vita va vissuta orientando lo sguardo alle cose di lassù, altrimenti le cose di quaggiù svincolate dal nostro rapporto con Dio metteranno in luce la loro povertà e bassa consistenza; ci faranno dire come il Qoelet che la vita è vana. La Pasqua ci aiuta invece a dire il contrario. Occorre fidarsi di quelle parole pronunciate da Gesù qualche capitolo prima che invitano a “perdere la propria vita” per Lui, donandosi, così da trasformare tutto: la morte in vita e il vuoto in pienezza.

Don Giuliano

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