
Il peccato originale è quello che abbiamo ereditato dai nostri progenitori, Adamo ed Eva, un atto di disobbedienza alle leggi di Dio con cui essi scelsero di ascoltare Satana. Quella coppia ha generato dei figli, noi, una intera umanità, che vive le conseguenze del peccato originale, cioè sofferenza, morte e privazione della grazia quindi la concupiscenza ovvero l’inclinazione al male, una debolezza che rende l’uomo portato a compiere il male. La redenzione operata da Cristo offertosi per noi sulla croce, ha eliminato il peccato originale, ci ha ridonato la grazia giustificante (e noi la accettiamo col sacramento del Battesimo), ma le sue conseguenze restano. L’uomo resta con un’inclinazione verso il male, con una inclinazione quindi al peccato.
Cosa è il peccato? E’ un rifiuto di Dio che rompe il nostro equilibrio interiore e produce al nostro interno un strascico di male, lacerazioni e ripercussioni che si riflettono nel rapporto con gli altri. Il peccato è una ferita che apriamo dentro di noi e nel rapporto col prossimo. E’ una responsabilità individuale che ha quindi una ripercussione sociale.
Le sue prime conseguenze sono nel peccatore stesso, cioè nella rottura della relazione con Dio. Il peccato la incrina, la macchia e soprattutto indebolisce la nostra volontà e ci espone alla ripetizione del peccato. Poi il peccato si ripercuote anche sugli altri, con maggiore o minore veemenza. Alcuni peccati sono vera e propria violenza contro il fratello, violenza di linguaggio, violenza concreta, furti, pestaggi, aborti, omicidi.
Possiamo distinguere tra peccato mortale e peccato veniale alla luce della prima lettera di Giovanni. C’è peccato che conduce alla morte spirituale e peccato che non conduce alla morte spirituale. Il peccato mortale è dunque gravissimo, è associabile all’apostasia o all’idolatria, ma non solo. Si ha peccato mortale quando l’uomo pecca volontariamente, quando, pur consapevole, di fare peccato, lo sceglie davanti a Dio, in spregio a Dio. Questo genera una privazione dello stato di grazia. Non è un peccato di debolezza in cui l’uomo incappa, è un peccato commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso. Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, con la confessione, provoca l’esclusione dal regno di Cristo e l’inferno, che è morte eterna. In una pagina del Vangelo di Matteo (Mt 12,31), Gesù parla esplicitamente di “bestemmia contro lo Spirito Santo” e dice che è imperdonabile. Si tratta ancora di un rifiuto radicale, un atteggiamento ostinato contro Dio che porta l’uomo a respingere deliberatamente il pentimento, il perdono e la salvezza offerta. Questo peccato conduce alla morte dell’anima, l’inferno.
Il peccato veniale, invece, c’è quando la disobbedienza è leggera o senza piena consapevolezza. E’ riparabile, non priva della grazia santificante di Dio, ma, se non confessato, ci dispone a poco a poco a commettere il peccato mortale. La ripetizione dei peccati, anche veniali, conduce ai vizi capitali, esattamente il contrario delle virtù, peccati che cioè generano altri peccati e distruggono nel profondo la natura umana: la superbia, l’avarizia, l’ira, l’invidia, la lussuria, la gola e l’accidia. Ci sono poi dei “peccati che gridano verso il cielo” – si dice così perché nella Sacra Scrittura ricorrono sempre associati al termine “gridare” – e sono l’omicidio volontario, la sodomia, l’oppressione dei poveri e il defraudare gli operai.
Purtroppo oggi c’è molta mollezza, molto permissivismo, spacciato per libertà. Come disse Papa Pio XII, “il peccato del secolo è la perdita del senso del peccato”. L’uomo si è dimenticato del pericolo di “perdere la propria anima”. Anche in alcune correnti cattoliche si è fatta largo un’etica tollerante che relativizza o annulla il valore assoluto delle norme morali e nega che possano esistere atti intrinsecamente illeciti. Questa perdita del senso del peccato è una forma di negazione di Dio molto grave.
Noi atteniamoci alla dottrina, vigiliamo su noi stessi e proviamo sempre a riconoscere i nostri peccati.
L’apostolo Giovanni scrive che “se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e mentiamo. Se riconosciamo i nostri peccati, Dio che è fedele e giusto ci perdonerà” (1 Gv 1,8-9). Il primo passo per essere perdonati è allora riconoscere i propri peccati, riconoscersi uomini e donne deboli e portati al peccato. Il secondo passo è il fare penitenza, cioè pentirsi del peccato, guardare con occhi pieni di lacrime le conseguenze del proprio peccato. Fare penitenza significa ristabilire l’equilibrio rotto dal peccato, cambiare direzione, anche se questa richiede un sacrificio, uno sforzo doloroso. Perché se esiste il peccato, esiste anche il perdono e dobbiamo saperlo cogliere.
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