IV DOMENICA DI QUARESIMA

L’avvicinarsi alla Pasqua ci fa gioire (domenica laetare), ci avvicina alla luce, quella luce tanto cara all’evangelista Giovanni e riportata oggi nel Vangelo nell’incontro fra Gesù e il fariseo Nicodemo. La luce è Cristo, chi ama Cristo lo segue in un viaggio non privo di difficoltà e insidie mortali verso la libertà, la pace, la salvezza. Le difficoltà ci sono per tutti, sono generate dal male, lo stesso male che aveva contribuito a far crescere a dismisura l’infedeltà del popolo verso Dio profanando il suo tempio. Così Gerusalemme fu distrutta e i sopravvissuti furono deportati a Babilonia. In tutte le epoche l’umanità ha commesso peccati riprovevoli e anche oggi gli effetti e le conseguenze dell’egoismo umano sembrano non avere limiti: guerre, distruzioni, omicidi, attentati alla vita che vengono spacciati come diritti, azioni che sopprimono la vita ancor prima che questa venga alla luce o eliminata quando questa non è più utile e sfruttabile da nessuno. Sono pericoli mortali come i morsi dei serpenti velenosi lungo il viaggio verso la terra promessa; in quel caso il serpente di bronzo innalzato sopra un’asta alla testa della carovana ogni volta che veniva guardato da coloro che erano stati morsi guarivano. Oggi i morsi del male si fanno sentire, eccome, ma la maggior parte degli sguardi non sono rivolti a Cristo crocifisso, l’umanità così avvelenata continua a morire. Occorrono la capacità e il desiderio di camminare, di proseguire il cammino intrapreso, di non mollare la propria vocazione di cercatori della verità, del senso profondo di se stessi, così come lo era Nicodemo. Guardare al crocifisso non significa vedere un fallimento, ma il prezzo del sacrificio pagato per salvarci e risollevarci dalle sabbie mobili del peccato, soprattutto il peccato di non credere in Dio. Non possiamo scegliere di continuare a vivere una vita opaca avvolta dalla penombra, accettiamo la luce che può perfino accecarci data la nostra non confidenza con Dio, affinché possano essere svelate e viste le nostre opere, sicuramente cattive, ma anche quelle buone. Ha detto Benedetto XVI: “se infinito è l’amore misericordioso di Dio, che è arrivato al punto di dare il suo unico Figlio in riscatto della nostra vita, grande è anche la nostra responsabilità: ciascuno, infatti, deve riconoscere di essere malato, per poter essere guarito; ciascuno deve confessare il proprio peccato, perché il perdono di Dio, già donato sulla Croce, possa avere effetto nel suo cuore e nella sua vita”. Le parole degli uomini non ci danno motivo per rallegrarci, ma la Parola di Dio, ricca di speranza e fede contiene, insieme alla presenza eucaristica, l’annuncio dell’amore eterno di Dio per ognuno di noi; questa notizia porti gioia nel tuo cuore, sempre.
Don Giuliano
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