XXIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO

La specificità dei miracoli di Gesù non si ferma alla sola guarigione oggettiva, ma attraverso la lettura simbolica, è guida pedagogica per la nostra realtà. L’umanità non è sola nelle sue debolezze, difficoltà e malattie: c’è l’interesse di Dio volto a incoraggiarla, guarirla e salvarla (prima lettura). Così Dio non fa discriminazioni e favoritismi, ama tutti, ma allo stesso tempo invita ognuno a comportarsi come Lui, perché tutti sono destinati ad essere salvati (seconda lettura). Il messaggio cristiano è rivolto a tutti, a Gesù sta a cuore la salvezza di ogni persona; Egli infatti non esita a compiere miracoli verso persone semi pagane in territori marginali e periferici come la zona non giudea della Decapoli. Forse noi scambiamo e non distinguiamo bene la salvezza (Regno di Dio e vita eterna), compresa la propria guarigione spirituale, dalla guarigione fisica; quest’ultima ci appare più necessaria e importante. Se abbiamo fatto attenzione ai gesti finali durante la celebrazione del Battesimo ci saremo accorti che i gesti finali del sacramento sono ripresi dall’odierno miracolo; la sua lettura simbolica ci investe tutti quanti. Siamo tutti sordomuti (senso spirituale) sin dalla nascita naturale. Il sordomuto non riuscendo a vivere pienamente la dinamicità di certi sensi vive un po’ fuori dal mondo. Pur essendo cristiani, rischiamo di essere nelle condizioni del sordomuto: siamo limitati nell’ascolto e nel parlare riferito alla nostra fede, alla Parola di Dio, alla nostra responsabilità cristiana. Abbiamo bisogno di essere toccati e scossi dal nostro torpore: “Svegliati, o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà” (Ef 5,14). La conseguenza del nostro discorso ci porta a riconoscerci estranei, stranieri, addirittura morti fra di noi e verso Dio. Ed è ciò che non deve accadere in quanto l’allontanarsi da Dio ci allontana dalla nostra salvezza. Ricordiamo le parole di Giobbe tentato fino all’inverosimile gridava: “Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno non da straniero” (Gb 19,26-27a; Cei74). Ognuno di noi ha bisogno di questo miracolo liberatorio che apre all’ascolto e alla proclamazione della Parola. Nelle nostre celebrazioni Gesù alzando gli occhi al cielo ci tocca per farci comprendere a quale gloria Egli continua a chiamarci. Smettiamo di dire che la Chiesa si deve aprire a nuove forme di comportamenti, di cultura e di relazioni; l’ ”effatà” di Gesù è l’aprirsi rivolto a Dio e non verso situazioni di vita e di comportamenti discutibili. Facciamo in modo che il miracolo funzioni nella nostra vita e porti in tutti la guarigione sperata.
Don Giuliano
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