XXVI DOMENICA TEMPO ORDINARIO

In coloro che seguono da più o meno anni il cammino della Chiesa e la propria crescita di fede, può nascere e consolidarsi una specie di pretesa che li portano a ritenersi unici detentori della verità e a dubitare se non addirittura invidiare i comportamenti buoni del prossimo. La singola persona è portata a dire: ah come sono bravo io, come sono sbagliati gli altri. Questo tipo di pensiero può raggiungere chiunque si senta appartenente in modo zelante ad un gruppo in particolare, come ci espone la prima lettura, credendo lo spirito profetico rinchiuso in un determinato confine fisico. Questa questione, ci dice il Vangelo, coinvolse anche i dodici che ritenevano privilegiata la loro posizione visto il fatto di stare con Gesù. Non siamo perfetti; la forza del peccato si insinua nelle pieghe dell’umanità compresa la chiesa, compresi tutti. Può guarirci da giudizi distorti e discriminanti solo la voce, l’intervento di Dio che ci richiama a non invidiare gli altri che compiono il bene pur non appartenendo al nostro gruppo. Lo Spirito di Dio opera in tutti, Egli non ha alcun limite; ciò che conta invece è operare il bene, sempre. All’interno della chiesa, delle comunità parrocchiali occorre vivere i rapporti fra tutti con generosità e fiducia cercando di non guardare in cagnesco coloro che a nostro giudizio sono in errore; ribadisco, tutti siamo toccati da possibili errori. Mi viene da aggiungere che proprio quelle persone che superficialmente giudichiamo sbagliate hanno bisogno di essere aiutate e amate di più. Inoltre, ricerchiamo la vera ricchezza, perché quella del mondo solo apparentemente può appagare, in realtà genera ingiustizie e morte, annullando così la possibilità di fare il bene. Nel Vangelo c’è un avvertimento forte di Gesù che ci richiama a non scandalizzare nessuno con i nostri giudizi e i nostri comportamenti; qualora vi siano tali circostanze, queste devono cessare altrimenti pregiudichiamo anche quel poco di bene che siamo riusciti a realizzare. Se c’è qualcosa del tuo comportamento che scandalizza il prossimo, fermati, placati, come si dice: dacci un taglio. Il Signore non cerca le nostre mutilazioni, ma ci chiama a rafforzare la nostra fede in Lui. Siamo talmente deboli che non riusciamo a donare quel bicchiere d’acqua nel nome di Gesù pur avendo i nostri arti al proprio posto. Non lasciamoci vincere dall’invidia in quanto questa è la causa di molti mali, ma cerchiamo di apprezzare e ringraziare chi pur non essendo appartenente formalmente a Cristo compie la sua e nostra stessa missione.
Don Giuliano
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