PRESENTAZIONE DEL SIGNORE

Dopo quaranta giorni dalla sua nascita, Gesù viene portato al Tempio in occasione della purificazione della madre; in quel luogo viene presentato a Dio secondo le prescrizioni del libro dell’Esodo (cap.13) e accolto e salutato dagli anziani Anna e Simeone. Nei gesti compiuti, nelle parole che vengono pronunciate siamo conquistati dai molti significati che illuminano il nostro tempo, la nostra vita. Questa “presentazione” ci coinvolge, ci ricorda la nostra appartenenza, la responsabilità educativa e formativa verso le giovani generazioni. Si tratta di un brano che invita ogni famiglia a sostare per ricostruire legami e affrontare compiti. Per i genitori i propri figli non sono da considerare un possesso, ma un dono di Dio per la gioia della propria vita in quanto ogni vita è un dono assoluto, per sempre, che il tempo non consuma, ma purifica. Nel rapporto genitori-figli esiste anche la conflittualità che è bene superare insieme per non arrecare dispiaceri gli uni agli altri. La ricerca della propria autonomia vale per tutti, ma mai questa deve essere divisiva, ma rientrare sempre nell’ambito dell’affetto, della comunione e del sacro. Non possiamo perdere la convinzione che la nostra esistenza è riferita a Dio; il fatto di vivere oggi in una società che non menziona più il proprio radicamento religioso, ha compromesso la visione della vita, riducendola a oggetto di consumo, da vivere solo nelle condizioni giudicate idonee e sostenibili, altrimenti conviene disfarsene. La frase di Simeone che Gesù sarà segno di contraddizione non deve impaurirci, anzi, la critica che il nostro cuore avverte dall’ascolto della Parola di Dio ci aiuta a prendere ancora più sul serio e con responsabilità quei cambiamenti che siamo chiamati a fare, per uscire dall’ombra delle nostre non sempre corrette abitudini. Accogliere Dio, luce delle genti, vuol dire per noi seguire la luce ed essere luce; non lasciamoci vincere dalle tenebre; la presenza del Signore serve al nostro riscatto, Lui, Lui solo può liberarci. E la spada che trafiggerà il cuore di Maria ci ricorda che offrire e offrirsi a Dio non solo ci rende liberi come Dio vuole, ma ci fa percepire la densità e la profondità della vita, dono unico e irripetibile di Dio. Il nostro consumarci non deve riguardare solo il trascorrere del tempo, ma il consumarci per amore. L’incontro evangelico fra la vita che inizia e la vita terrena che si sta concludendo, fragili entrambi, ci riporta ai dibattiti odierni indirizzati a rendere legittimo il diritto a morire e limitare il diritto a vivere; un capovolgimento ed un tentativo di abbrutimento che uccide la speranza, che spegne la fede. Quel bambino, ogni bambino, quel vecchio, ogni vecchio è Tempio di Dio che nessuno può e mai potrà distruggere. Questa è la domenica dedicata alla Parola di Dio perché ogni domenica sia per tutti l’occasione per ascoltare Dio che parla. In ogni domenica infatti ha rilievo la Parola di Dio, ma se non l’ascoltiamo come dovremmo ascoltarla, questa rischia di lasciarci indifferenti e non coinvolti in quell’opera di Dio che tende a liberare, a illuminare, a salvare la vita di ogni persona. Al centro del Vangelo c’è una parola che si impone sulle altre per affermare la forza della Parola di Dio; si tratta dell’avverbio “oggi”. Ogni volta che viene proclamata, la Parola di Dio non riguarda solo il passato o il futuro, ma investe l’ascoltatore e lo coinvolge in quel preciso istante e non si tratta di una parola qualunque ma di una parola incarnata che ci aiuta a percepire assieme all’Eucaristia la presenza di Gesù. È importante distinguere, ma non dissociare la presenza del Signore che ci avvolge durante la Messa nelle due liturgie che la compongono. La Parola di Dio si realizza sempre, si realizza oggi, indipendentemente dal nostro vedere o non vedere, come al tempo di Gesù mentre leggeva il brano dal rotolo del profeta Isaia nella sinagoga di Nazaret. Questa circostanza ci interroga sul nostro ascolto e sulla nostra fiducia, motivi questi che ci invitano a confrontarci e aiutarci perché l’ascolto della Parola non cada nel vuoto, non si dissolva nel nulla. La sinagoga di allora rappresenta le nostre chiese, le nostre comunità, questi sono luoghi per la nostra vita, per aprire occhi e cuore, per sostare e ripartire e procedere nel cammino fatto di tante circostanze spesso piene di problemi, ma anche di cose buone e belle. In questo caso la Parola si realizza parla per tutte le nostre circostanze laddove abbiamo bisogno di incoraggiamento, di forza e soprattutto di speranza. Sapere che “oggi” il Signore è con me, che il Signore è la mia fede e la mia speranza, costituisce un incentivo talmente forte che porta pace e gioia come lo fu per il popolo che ritornava dall’esilio (prima lettura). I comportamenti rituali presenti nella descrizione del libro di Neemia e quelli del Vangelo ci dicono quanto sia importante l’aspetto assembleare che ci aiuta ad identificarci come popolo e comunità. Da non dimenticare poi che la Parola ha una sua dinamicità, è una parola viva che entra dentro di noi e ne esce includendoci come parte del messaggio tanto da farci diventare non solo destinatari, ma soggetti attivi portatori del Vangelo. Peccato però che questo aspetto della comunicazione della Parola non trova in noi tutta quella disponibilità necessaria. Non dimentichiamo: la Parola ci aiuta e ci trasforma solo se l’accogliamo.
Don Giuliano
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