XXIX DOMENICA TEMPO ORDINARIO

Oggi per noi cristiani inizia l’esame di maturità o la discussione della tesi di laurea; il tema è lo stesso ed uguale per tutti: c’è una domanda alla quale rispondere e non dobbiamo rispondere per gli altri, ma per noi stessi. La domanda ce la pone Gesù nel Vangelo: “il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. Passiamo allo svolgimento di questo compito, cosa rispondiamo? Gesù si definisce Figlio dell’uomo e sappiamo bene che questa identifica la sua incarnazione, Egli si è fatto uomo per incontrarci, per aiutarci a realizzare le cose buone attraverso i semi seminati nella nostra vita, è venuto per salvarci; lo ha fatto parlando al nostro cuore andando ad incontrare le cose buone che ci sono dentro e che portano la sua firma, le ha fatte lui, ce le ha donate lui. Ma noi abbiamo riconosciuto tutto questo? Mentre lui continua a parlarci attraverso la su Parola che mai perde la sua efficacia, “come la pioggia e la neve scendono giù dal cielo così la mia Parola non tornerà a me senza aver operato ciò che desidero”, cosa rispondiamo, e in che modo ricambiamo i suoi doni? Non c’è un solo modo per rispondere a Dio, si risponde con la nostra parola, la preghiera, con le nostre azioni che mettono in pratica la parola che pronunciamo, si risponde con la nostra presenza di creature collocate nel mondo e nel tempo di oggi. Viviamo la vita divisi fra tante cose, situazioni, eventi e non possiamo non renderci conto che viviamo la nostra vita come se fossimo gli unici abitanti di questo mondo, dedichiamo tutto il tempo a noi stessi, poco al prossimo, poco a Dio. Dimenticarsi di Dio destabilizza il nostro rapporto filiale con il Padre e la nostra creaturalità, circostanza che ci limita poi nel trovare una via d’uscita ai propri problemi. In poche parole, non riusciamo, contrariamente alla vedova del Vangelo, a rivolgerci a nessuno per chiedere giustizia in quanto a creare l’ingiustizia siamo noi stessi. Dio fa sempre giustizia ai suoi eletti, ma se non sappiamo a chi indirizzare le nostre richieste, tutto diventa vano e inutile. Nella bibbia notiamo che la preghiera è frequentemente usata per superare la propria debolezza di fronte alle ostilità del mondo, come debole è Mosè (prima lettura), e debole è la vedova del Vangelo. La preghiera è un modo per rimanere in contatto con Dio, ma lo strumento siamo noi, la preghiera deve riguardare la totalità di noi stessi, nella preghiera ci presentiamo a Dio come lui si presenta a noi quando ascoltiamo la sua parola nelle celebrazioni, una parola che va accolta e usata all’esterno in tutte le circostanze (seconda lettura). La preghiera è una pratica faticosa come esprime il brano dell’antico testamento per cui pregare insieme ci aiuta, questo è l’apporto e il bello della preghiera comunitaria. È di aiuto pregare insieme in chiesa durante la celebrazione della Messa che è la grande preghiera per tutti, dove il nostro tempo, la nostra attenzione e anche il nostro corpo sono coinvolti. Non veniamo meno all’impegno della preghiera che alimenta la nostra fede; fede e preghiera sono inscindibili, sono legate fra di loro. A differenza di quello che possiamo giudicare, Dio già conosce le nostre necessità e interviene secondo una volontà più grande della nostra.
Don Giuliano
“……A coloro che otterranno la vittoria daro’ il diritto di mangiare il frutto dell’albero della vita che cresce nel Giardino di Dio”. Apocalisse 2,7. Santa Domenica a tutti voi.
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