XXX DOMENICA TEMPO ORDINARIO

Dopo aver affrontato il tema dell’importanza della preghiera nella nostra vita come risposta alla Parola di Dio, oggi siamo coinvolti nella riflessione che riguarda la nostra presunzione di ritenerci, (perché accompagnati dall’aggettivo cristiani), giusti e migliori degli altri. Solo Dio conosce la verità su di noi. Se siamo sinceri e necessitiamo del suo aiuto Egli non ci abbandona perché la nostra condizione di poveri o miseri che gridano a lui lo raggiungono oltre il cielo, come dice la prima lettura di oggi: “la preghiera del povero attraversa le nubi”. La preghiera rivolta a Dio deve essere libera dai paragoni, dai confronti con gli altri, cerchiamo di allontanare la percezione di essere migliori e come tali meritevoli di essere ascoltati e soprattutto perdonati; lo saremo solo se chiederemo perdono. La nostra preghiera in questo caso deve essere personale, riguardare solo noi stessi in tutti i sensi per poter meglio riconoscere le nostre mancanze e il nostro peccato. Nel Vangelo non sono solo le parole del fariseo e del pubblicano ad essere diverse, ma anche gli atteggiamenti. Il fariseo ringrazia e fino a lì va bene, ma poi inizia a sciupare la sua preghiera, punta il dito e si confronta con l’altro che giudica peccatore, quindi si sente migliore, non accusa niente riguardo al proprio peccato, non chiede nulla. Il fariseo costruisce una preghiera che ruota intorno alle proprie sicurezze sociali, morali e anche religiose, da qui emerge il suo autocompiacimento, si sente garantito dalla sua posizione privilegiata. Potremmo tutti essere raggiunti dalla tentazione che può scaturire dal sentirsi parte di una élite, per il fatto che ci sentiamo coinvolti dalla ricerca di fede, che facciamo parte della Chiesa come se questa fosse a capo del mondo e non la propria casa di fraternità da costruire durante la nostra vita. Il pubblicano invece accusa sé stesso e si dichiara peccatore e chiede perdono, lo chiede. Questo aspetto viene ripreso dalla liturgia della Messa: dopo il saluto iniziale ci poniamo di fronte a Dio con la richiesta di perdono, ci battiamo il petto per risvegliare la nostra coscienza nel riconoscere le nostre fragilità poi durante la Messa sottolineiamo ancora questo aspetto quando prossimi a metterci in fila per la Comunione affermiamo di non essere degni di parteciparla. Con ciò cosa dimostriamo nella nostra partecipazione alla Messa? Di entrare peccatori e di uscirne santi? No. Di uscirne ancora peccatori? Si. Allora potremmo chiederci cosa ci andiamo a fare in Chiesa? Ci andiamo con la speranza di uscirne con la volontà di migliorarsi; se stiamo attenti durante la celebrazione e la partecipiamo con il cuore ne usciremo con molte cose in più, accogliendo la Parola di Dio e la preghiera della comunità per vivere la fede. La fede è ciò che più ci deve stare a cuore, va vissuta, conservata e difesa come ci dice san Paolo in carcere e vicino alla morte (seconda lettura); egli abbandonato da tutti, espone il valore finale dell’aver conservato la fede, dono di Dio, difesa fino alla morte come Cristo ha difeso il suo legame con il Padre nel compimento della sua volontà morendo sulla croce. Umanamente un fallimento, ma nella fede, la vittoria per ottenere la corona della giustizia, quella basata sull’amore e sul perdono che non va mai dimenticato di chiedere a Dio.
Don Giuliano
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