ANDATE IN PACE…O ANDIAMO IN PACE?

Ma perché il prete o il diacono alla fine della Messa dice sempre “andate in pace” e non ‘andiamo in pace’ insieme a noi? Non sarebbe più naturale dirlo tutti insieme?”

La formula «Andate in pace» non è un semplice congedo né un’ordinaria esortazione morale: è una parola liturgica densa, che manifesta come la Chiesa si comprende al termine dell’Eucaristia. Non si dice «andiamo in pace» perché non è l’assemblea a congedarsi da sé, né un gruppo che decide autonomamente di sciogliersi. È Cristo stesso, attraverso il ministro, a inviare la sua comunità. La liturgia non si chiude per esaurimento, ma si apre alla missione. Il soggetto grammaticale resta implicito, ma la sua identità teologica è chiara: è il Risorto che manda i suoi, come ricorda il Vangelo di Giovanni: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Gv 20,21).

Questa scelta linguistica custodisce una asimmetria essenziale, spesso fraintesa come gerarchia o esclusione, ma che in realtà rivela la natura stessa della liturgia. La celebrazione eucaristica è certamente dialogica: fatta di risposte, acclamazioni, canti e gesti condivisi, che coinvolgono tutta l’assemblea. Tuttavia, questo dialogo non è mai paritario nel senso moderno del termine: non si tratta di una negoziazione tra soggetti equivalenti, né di un accordo comunitario che legittima l’atto celebrativo. Il dialogo liturgico nasce sempre da un’iniziativa che precede la comunità: è Dio che convoca, chiama e dona; la Chiesa risponde. L’assemblea partecipa e collabora, ma non produce in proprio la realtà sacramentale: risponde a ciò che le è stato donato.

Lo stesso principio si applica al congedo: dire «andate in pace» significa custodire questa struttura fondamentale. L’Eucaristia non si chiude con un atto che l’assemblea compie su se stessa (andiamo), ma con un atto che le viene rivolto: il soggetto dell’invio non è la comunità che si autodetermina, ma il Cristo pasquale che, attraverso la Chiesa e il suo ministero, continua a mandare nel mondo.

Questa asimmetria non è gerarchica o autoritaria, ma teologica. Impedisce che la liturgia diventi un circuito chiuso, in cui la comunità celebra la propria identità e poi si congeda soddisfatta. L’atto dell’invio rompe l’autoreferenzialità: ciò che abbiamo celebrato non ci appartiene, non si esaurisce in noi e non dipende dalla nostra decisione rituale. Dire «non andiamo, ma siamo mandati» significa riconoscere che la Chiesa vive sempre di eccedenza: preceduta dalla grazia, sospinta dalla missione, ricevuta prima di offrire. Il plurale «andate» non indica solo una direzione spaziale, ma una trasformazione di stato: da assemblea convocata a Chiesa dispersa, non disgregata. La liturgia non termina con un gesto di chiusura, ma con una soglia, un passaggio verso la storia. La comunione celebrata non si consuma nello spazio sacro, ma si prolunga nella vita quotidiana. Dire «andate in pace» significa riconoscere che ciascuno è inviato personalmente e comunitariamente, nella propria vita, a portare la pace ricevuta. La pace non è un sentimento interiore né un augurio: è il dono pasquale del Risorto, che ricompone le relazioni, riconcilia e apre il futuro.

Qui si comprende anche il ruolo del diacono: a pronunciare «Andate in pace» non è il presbitero, ma il ministro ordinato al servizio. Il diacono non agisce al posto del presbitero né come suo sostituto minore; incarna sacramentalmente la dimensione della Chiesa che passa dall’altare alla vita, dal mistero celebrato al mondo da trasformare. Se il presbitero rende presente Cristo capo che convoca e offre se stesso al Padre, il diacono rende visibile Cristo servo che invia i suoi perché la liturgia continui nella forma della carità e della testimonianza. La sua ministerialità dinamica, posta tra altare e strada, rivela che la liturgia non termina nell’immobilità del sacro, ma sfocia nel movimento della missione. Affidare al diacono la proclamazione dell’«andate in pace» impedisce di leggere il congedo in termini esclusivamente clericali o presbiterali. Non è il sacerdote, con la sua autorità, a “chiudere” la celebrazione o a sancire il termine dell’azione eucaristica: la liturgia non si conclude come un atto personale del ministro, ma come gesto della Chiesa intera, che si lascia inviare. Il diacono, collocato simbolicamente tra l’altare e l’assemblea, rappresenta questa mediazione: non scioglie la comunità per sua iniziativa, né esercita potere sul suo cammino, ma presta la sua voce a un gesto che appartiene all’intero corpo ecclesiale. In questo modo, l’invio non appare come un comando o una decisione individuale, ma come la restituzione della Chiesa al mondo: ciò che è stato ricevuto nell’Eucaristia ora viene consegnato, condiviso, incarnato. Il diacono, nella sua specifica configurazione a Cristo servo, manifesta concretamente che il congedo non è autoriferito: la Chiesa non celebra per sé stessa, ma è chiamata a portare la pace ricevuta nella storia, nella vita quotidiana, nelle relazioni e nelle comunità. Così, il gesto del diacono illumina il significato profondo del plurale «andate»: non siamo noi a decidere il nostro andare, ma siamo mandati. La liturgia, attraverso questo ministero, mostra che la Chiesa non si autoassolve né si trattiene al sacro, ma riceve e trasmette un dono che la precede e la eccede, affidando ogni singolo fedele alla responsabilità di rendere reale nel mondo la pace e la comunione che ha celebrato. È importante capire che la presenza del diacono non è indispensabile per l’efficacia dell’invio: la Chiesa non dipende da un singolo ministero per essere mandata. La differenza è semmai iconica e simbolica. Quando c’è il diacono, il gesto evidenzia la distinzione tra presidenza e servizio, tra Cristo capo che convoca e Cristo servo che invia, rendendo visibile la dinamica della Chiesa come corpo che riceve e trasmette la missione. Quando il diacono manca, il presbitero assume entrambe le funzioni in forma unica, ma la logica rimane la stessa: l’invio non diventa un atto di autorità personale né una semplice chiusura rituale, ma resta un gesto ecclesiale, rivolto alla comunità e al mondo.

In definitiva, «Andate in pace» custodisce il cuore stesso dell’Eucaristia: non siamo noi a decidere il dopo della celebrazione, non siamo noi a firmare il permesso di uscire; è l’Eucaristia, dono ricevuto e corpo condiviso, che decide il nostro andare. La Chiesa non si autoassolve al termine della Messa, ma viene mandata, affidata al mondo e alla storia. Ogni gesto, ogni parola, ogni ministero sacramentale – dal presbitero al diacono, dall’assemblea a ciascun fedele – è parte di questo stesso invio: non per trattenere, non per controllare, ma per rendere visibile il Corpo di Cristo che si muove e si dona. L’Eucaristia non è un momento da custodire come un tesoro chiuso; è un impulso che ci getta nel quotidiano, perché ciò che abbiamo ricevuto diventi pane spezzato nella vita degli altri, pace seminata dove regnano conflitto e solitudine. Dire «andate in pace» significa allora aprire le porte: uscire senza paura, portando ciò che non ci appartiene, ma ci è stato donato; vivere come Chiesa dispersa e missionaria, testimone di un amore più grande di ogni nostra fatica. Non è un comando: è un invito alla vita, un lasciarsi inviare come Gesù ci ha insegnato, con cuore libero e mani aperte, pronti a costruire ponti e a ricucire ferite.

Giuseppe Costa

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