RIFLESSIONE DA PARTE DEI NOSTRI VESCOVI SULLA LUNGA PROVA DELL’EMERGENZA SANITARIA

Alla fine del mese di gennaio si è tenuta la sessione invernale della Conferenza Episcopale Italiana che ha avuto, e non è la prima volta, come tema centrale la pandemia e le sue conseguenze nel nostro paese. Da questa riflessione è emerso un comunicato nel quale viene vista l’Italia, segnata dall’emergenza sanitaria e dalle sue drammatiche conseguenze sociali, e ora ulteriormente messa alla prova dall’attuale crisi politica. L’analisi dei Vescovi rileva grandi fratture, da quella sanitaria a quella sociale e l’aumento della povertà economica ed educativa. La cronaca e i costanti contatti sul territorio restituiscono un quadro in chiaroscuro, dove emergono incertezze per il futuro, l’inquietudine per la mancanza o la perdita del lavoro, una crescita significativa del disagio psicologico, l’aumento delle nuove povertà che stanno stritolando famiglie e imprese. Preoccupa nondimeno la questione educativa, da affrontare insieme e con il contributo di tutti per elaborare progetti che rinnovino e vitalizzino scuole, parrocchie, percorsi catechistici.

Occorrono percorsi di riconciliazione

Sebbene complesso, questo – hanno sottolineato i Vescovi durante i lavori – non è un tempo sospeso, ma deve essere colto come un’opportunità. La riconciliazione diventa, allora, lo strumento da utilizzare per ricucire il

tessuto sociale lacerato e per dare speranza alle donne e agli uomini di oggi. È questo, del resto, l’orizzonte indicato da Papa Francesco a Firenze, in occasione del V Convegno Ecclesiale Nazionale: quell’invito a essere una Chiesa «con il volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza» e che «innova con libertà» continua a risuonare con forza e diventa il binario sul quale far proseguire il cammino della Chiesa che è in Italia nei prossimi anni. Ecco, allora, la necessità – hanno ribadito i Vescovi – di mettere al bando ogni autoreferenzialità ecclesiale che impedisce di guardare l’altro con tratto materno e di lavorare in armonia per realizzare una comunione reale.

Con lo sguardo rivolto ai più vulnerabili

Ci troviamo di fronte ad una società ferita e per guarirla occorre l’impegno di tutti, come cristiani e cittadini, e stimola un’assunzione di responsabilità comune. Come Pastori – è stato ripetuto dai membri del Consiglio Permanente – non possiamo chiudere gli occhi di fronte alle molteplici povertà: a quelle degli ultimi, che la pandemia ha reso in molti casi invisibili; a quelle di tanti che, per la prima volta, sono costretti a bussare alle porte delle Caritas, che in questi mesi hanno moltiplicato gli sforzi per non lasciare indietro nessuno; a quelle di un numero sempre crescente di famiglie e imprese strette nella morsa dell’usura a causa del sovraindebitamento; a quelle dei migranti che – nell’indifferenza e nel silenzio – continuano ad arrivare sulle nostre coste o sono bloccati sulla frontiera balcanica, al gelo e in condizioni disumane. La paura non deve infatti farci rinchiudere in noi stessi né impedirci di tendere la mano al prossimo, se si vuole costruire una società più equa e più solidale.

Ruolo essenziale della catechesi

Per i Vescovi, occorre moltiplicare gli sforzi per continuare, nonostante le gravi difficoltà nelle quali le famiglie, gli insegnanti e i catechisti si trovano a operare, l’impegno educativo nei confronti delle nuove generazioni e per ricostruire al più presto condizioni e contesti che permettano esperienze formative integrali. Le nuove tecnologie sono di grande aiuto per tenere i contatti e per svolgere attività, ma non possono sostituire la ricchezza dell’incontro personale, della presenza. Aumentano le difficoltà dei bambini e soprattutto degli adolescenti, a cui va riconosciuto di avere vissuto, nella maggioranza dei casi, questi mesi con grande responsabilità e senso civico. Non si può tuttavia nascondere – hanno osservato i Vescovi – che sembrano crescere l’insofferenza dei giovani e la preoccupazione delle famiglie.

Rito della pace nella Messa.

La pandemia ha ricordato il Consiglio Permanente – ha imposto alcune limitazioni alla prassi celebrativa al fine di assumere le misure precauzionali previste per il contenimento del contagio del virus. Non potendo prevedere i tempi necessari per una ripresa completa di tutti i gesti rituali, i Vescovi hanno deciso di ripristinare, a partire da Domenica 14 febbraio, un gesto con il quale ci si scambia il dono della pace, invocato da Dio durante la celebrazione eucaristica. Non apparendo opportuno nel contesto liturgico sostituire la stretta di mano o l’abbraccio con il toccarsi con i gomiti, in questo tempo può essere sufficiente e più significativo guardarsi negli occhi e augurarsi il dono della pace, accompagnandolo con un semplice inchino del capo. All’invito «Scambiatevi il dono della pace», volgere gli occhi per intercettare quelli del vicino e accennare un inchino, secondo i Vescovi, può esprimere in modo eloquente, sicuro e sensibile, la ricerca del volto dell’altro, per accogliere e scambiare il dono della pace, fondamento di ogni fraternità.

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