Commento al Vangelo di Don Giuliano : IV DOMENICA DI QUARESIMA

IV DOMENICA DI QUARESIMA

MI ALZERO’, ANDRO’ DA MIO PADRE E GLI DIRO: PADRE ,HO PECCATO VERSO IL CIELO E DAVANTI A TE.

Ogni volta che ascoltiamo la parabola del padre misericordioso ci sentiamo coinvolti perché ci riconosciamo nei figli di questo padre che non finisce mai di stupirci per la grandezza del suo amore. Noi siamo figli in fuga, quando si è giovani (ma anche meno giovani), quando vediamo l’aprirsi di strade e di orizzonti nuovi ci piace fuggire, crediamo che la ricchezza della nostra vita sia partecipare e consumare quante esperienze possibili, cercare sempre la novità e purtroppo talvolta siamo costretti a sperimentare il fallimento, l’abbandono, il buio, se non addirittura la morte. Avvertiamo quindi l’effervescenza del figlio minore, la sua ricerca della libertà senza immaginare cosa significhi essere liberi e, nella sua solitudine, trovare la verità di sé stesso, l’essere fuggito da una casa e da un padre che gli può dare lavoro. Egli arriva fino alla considerazione di aver riconosciuto il proprio peccato e chiede di essere reinserito nel numero dei servi. Noi siamo anche l’altro figlio che riduce la sua felicità al solo pensare e desiderare un capretto arrosto da condividere con amici, frutto di un comportamento basato sull’obbedienza al proprio datore di lavoro più che a un padre. Avere un padre significa solo questo? Qui sta il peccato di tutti noi: considerare Dio un datore di lavoro oppure un risolutore dei nostri problemi causati da noi stessi più che da altri. Chi è per noi Gesù un rappresentante di una marca di genitore che sta lì a distribuire compiti e doveri a ciascuno di noi evitando di avere riguardo per i nostri diritti? Chi scappa e chi resta, ma solo il padre è capace di andare verso entrambi a ribadire verso ciascuno il suo amore, non un amore per dovere, ma sincero, quell’amore che equivale ad annullarsi verso entrambi. Verso il figlio minore manifestandogli che l’aver disperso la metà dei suoi beni non vale quanto quel suo ritorno a casa, ma equivale ad una vera e propria resurrezione; in un certo modo, malgrado l’essere malconcio, quel figlio ha seguito quel filo di speranza e di fiducia che gli ricordava di appartenere ad una casa. Mentre verso il figlio maggiore il padre condivide il resto dei suoi possessi “ciò che è mio è tuo” e tenta di indirizzarlo non tanto verso i suoi beni, ma verso il suo bene che è più grande di una festicciola tra amici. Siamo consapevoli che quando ci relazioniamo a Dio spesso sbagliamo le misure o meglio misuriamo l’amore e pensiamo in che percentuale amiamo gli altri. Nell’abbraccio del padre non c’è una parte di amore del tipo cinquanta e cinquanta, quello del padre è tutto per ognuno dei suoi figli. Impariamo anche noi a non credere a Dio che ama quella persona più di un’altra perché è o ha di più; Dio ama ognuno di noi ed è tenero e misericordioso con chi ritorna a Lui. Quindi è bene ritornare a casa, scoprirsi figli, scoprirsi fratelli.

Don Giuliano

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