XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Una affermazione ricorrente nella Bibbia è quella che dice che i pensieri e i progetti di Dio sono diversi da quelli degli uomini. Ne sapeva qualcosa Geremia che avrebbe voluto dire e fare cose diverse rispetto a ciò che gli aveva chiesto Dio, e se pur perseguitato dagli uomini e non avvertendo la presenza di Dio fu tentato più volte di abbandonare la sua missione, ma non lo fece perché sentiva nel suo cuore “un fuoco ardente” che lo spingeva ad obbedire a Dio più che a sé stesso. Nel brano del Vangelo Gesù rivela la volontà del Padre che lo riguarda, il dover affrontare la passione, la morte e giungere alla resurrezione; un progetto difficile da digerire e ne è prova la reazione di Pietro, dichiarato dal Signore beato e persona di riferimento un attimo prima e adesso apostrofato come seguace di Satana, ovvero dell’avversario. Si fa presto a passare dall’altra parte quella più facile, più comoda, quella che non accetta sconfitte e limiti. Gesù parla della sua croce che non rifiuterà, così invita tutti a fare altrettanto in quanto ognuno ha la sua croce da portare se da essa non vuoi essere schiacciato. Come dice Gesù c’è un segreto per favorire questa azione, che consiste nel rinnegare sé stessi, dicitura apparentemente dura ma che semplicemente equivale a dire: non essere superbi, arroganti, egoisti. La nostra vita è percorsa da situazioni gravose, insopportabili, che ci schiacciano a terra, cosa possiamo fare? Chiedere la forza al Signore, il quale per sé stesso l’ha trovata nell’amore verso di noi e anche San Paolo oggi si aggiunge invitandoci ad offrire al Signore, il tempo, i beni, e quindi la vita senza conformarsi “a questo mondo”; la nostra forma non è il mondo, ma la carità insegnata da Cristo. Ciò che abbiamo di più prezioso è la vita, si tratta del valore e del senso di tutto; non dobbiamo donare la nostra vita al male, ma affidarla alla comunione con il Signore. Come cristiani non dobbiamo cadere nell’inganno che quello che facciamo in ordine alla nostra prassi religiosa vada bene e che quindi ci meritiamo il meglio dalla vita; il nostro affidamento a Dio deve essere accompagnato da tanta umiltà. Se la nostra appartenenza alla Chiesa ci serve per affermare posizioni di potere e di pensiero e non si traduce in opere visibili di dono di noi stessi, vuol dire che siamo incappati nello stesso ragionamento di Pietro, sopraffatto da paure e volto a sottrarsi dall’impegno e dal sacrificio. Quando questi pensieri di rinuncia prendono posto anche in noi vuol dire che dobbiamo ricollocarci “dietro” al maestro e non davanti, vuol dire che dobbiamo ancora approfondire il nostro discepolato.
Rinnegare sé stessi non vuol dire mostrare disprezzo per quello che siamo, vuole soltanto ridimensionare la nostra posizione di padronanza assoluta sulla nostra vita e sulla vita altrui.
Infine, il Signore parla della resurrezione, parla della sua gloria come atto finale partecipata a coloro che percorrono il cammino scomodo dietro di Lui e hanno obbedito all’invito di seguirlo e riconosciuta come scelta fondamentale e assoluta della nostra vita.
Don Giuliano
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