XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Anche in questa domenica, la location della parabola di Gesù, rivolta ai sacerdoti e anziani del popolo, è la vigna. In questo caso la premessa consiste nella cura e dedizione che il padrone manifesta nel creare una vigna con tutti gli accorgimenti del caso: siepi, torchio, torre. Questo è il progetto di Dio, creare le condizioni per la vita e sussistenza del suo popolo (prima lettura). La vigna così realizzata viene consegnata in affitto a contadini. Quest’ultimi invece rispondono arroganza e violenza arrivando ad uccidere i servi e per ultimo il figlio del padrone. Come nella precedente parabola dei due fratelli, Gesù fa giudicare agli ascoltatori il racconto e chiede quale deve essere la reazione del padrone. Così i sacerdoti e gli anziani del popolo pronunciano verso sé stessi la propria condanna in quanto avendo ricevuto da Dio un popolo da servire affinché producesse frutti di giustizia e di pace se ne sono appropriati e lo hanno sfruttato per il loro fini e non per quelli verso Dio. Stessa conclusione che troviamo al termine della prima lettura dove Dio “si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi”. Occasione questa per rimarcare la grande verità che fa di noi cristiani responsabili di un grande servizio verso la chiesa e verso Dio; non possiamo definirci padroni e possessori di ciò che siamo e abbiamo, ma operai che hanno ricevuto doni, ognuno i propri, da condividere, da elargire per portare frutti verso gli altri e verso Dio. Dobbiamo comprendere e vivere il senso del dono, sia nel momento in cui lo si riceve sia quando lo si trasmette all’altro, come recita la preghiera semplice attribuita a San Francesco: è dando che si riceve e anche sottolineato dalla parola di Dio: “date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio” (Lc 6,38). Questo è il modo di agire dei figli di Dio, basato anche sul rischio, ma soprattutto sulla fiducia. Dove sta allora il nostro peccato? Nel progetto avido di prendere tutto: “Uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”; quello di sostituirsi al padrone, origine di ogni peccato. Quando si esce da questo preciso stile di Dio, ci allontaniamo dalle responsabilità, ci sganciamo dai legami, anche da quelli belli, affettivi, familiari, finiamo col calpestare e distruggere perfino il rapporto con Dio. Questo va sempre difeso perché ci consente di ricucire relazioni che sono l’essenza della vita. Impegniamoci nel praticare ciò che San Paolo oggi ci dice “le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace sarà con voi!” Occorre anche soffermarci sul fatto che Gesù, pietra scartata dai costruttori, diventerà il fondamento del riscatto di tutti coloro che il mondo e anche noi emarginiamo. Anche l’esperienza di un fallimento come quello di Gesù di morire sulla croce si rivelerà fondamento della nostra fede. Come comunità cristiana e come singoli fedeli anche le crisi che ci raggiungono nella nostra esistenza possono diventare occasioni per ripartire e rinascere e diventare per Dio frutti da Lui desiderati. Mai scoraggiarsi e mai dimenticarsi chi è Dio e chi siamo noi e che in debito siamo noi.
Don Giuliano
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