XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Oggi il brano del Vangelo ci spinge a parlare di un certo abito, perché secondo il brano di oggi, averlo o non averlo include o esclude dal banchetto di nozze. Chi non vorrebbe partecipare ad una festa di nozze, dove c’è da mangiare, bere, stare con gli altri? Eppure, in molti, secondo la parabola, disertarono l’invito tanto che il padre dello sposo invitò chiunque, buoni e cattivi per riempire la grande sala. Già questo ci spinge a pensare che declinare un invito, il rispondere negativamente rasenta l’offesa, diventa un peccato. In un certo senso equivale a dire il nostro no a Dio che, non tramite l’intelligenza artificiale, o tramite una mail ci invita (e invita noi e non altri – anche questo dovremmo approfondirlo in quanto essere nella lista degli invitati fa di noi dei privilegiati), ma tramite lo Spirito Santo che recapita nel nostro cuore tale invito. Ma cos’è questo abito? L’abito è ciò che aderisce a noi al nostro corpo, è un elemento comunicativo, comunica una identità che ci accomuna o ci distingue dagli altri. Succede che quando pensiamo all’abito spesso pensiamo anche alla marca e noi abbiamo ricevuto un abito griffato niente poco di meno che da Dio stesso. Lo abbiamo ricevuto nel Battesimo come un seme; si tratta di un habitus soprannaturale. Se utilizziamo le immagini dei padri della Chiesa essi ci parlano di un tessuto che viene modellato e cucito su ogni persona attraverso le buone opere, la pratica delle sane virtù, della carità e della preghiera per poter crescere nella grazia di Dio (San Tommaso d’Aquino). È quindi paragonato conseguentemente ad un germoglio e alla sua dinamica di crescita; quindi, attenzione non è automatico ricevere il Battesimo e garantirsi la salvezza; il Battesimo è il buon inizio in cui veniamo innestati nella vita di Dio, importante è rimanere connessi per crescere. L’epilogo del Vangelo diventa drammatico per quell’uomo che presente alle nozze non aveva la veste, non si tratta di una discriminazione, si tratta di un esito la cui responsabilità ricade tutta su quell’uomo. Non a caso nei trattati teologici, riguardo ai fattori che agiscono per la nostra salvezza, troviamo sì l’azione della grazia di Dio, ma assieme alla libertà e all’azione umana, alla cosiddetta scelta. Noi siamo liberi di scegliere. Le preoccupazioni del mondo ci distraggono a tal punto da rinunciare a qualcosa di gratuito che in questo caso non si identifica solo nel pranzo di nozze, ma nel partecipare alla gioia vera dell’essere amati da Dio. Il peccato consiste nel rinunciare all’amore di Dio, come a dire: non ho bisogno di Dio. Questo peccato ha le radici nell’orgoglio che porta le persone a vivere l’indifferenza nei confronti del bene e ad accontentarsi di surrogati provvisori di gioia, di una falsa gioia. La nostra veste è Cristo, indossiamola con gratitudine ed umiltà. Facciamo in modo da non strappare, dividere o macchiare la nostra veste, ricorriamo al sacramento della Riconciliazione per rinnovarla: questa ci servirà per l’appuntamento più grandioso di tutta intera la nostra vita.
Don Giuliano
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