OMELIA ARCIVESCOVO DEL GIORNO DI PASQUA 2020

Cattedrale S. Maria del Fiore – domenica 12 aprile 2020

[At 10,34-37; Sal 117; Col 3,1-4; Mt 28,1-10]

Dei testi biblici che oggi la liturgia propone riprenderò alcune espressioni al termine. Inizio invece da una riflessione sul modo con cui la nostra città, da secoli, ha voluto esprimere la consapevolezza che luce e fuoco per la vita di ciascuno e della comunità hanno la loro sorgente in Cristo risorto. Questo è infatti il vero significato, forse dimenticato da molti, dello Scoppio del Carro. Mentre le circostanze avverse di questi tempi, ne impediscono la presenza in piazza del Duomo, è questo il momento per ribadire la radice da cui esso è nato, e quindi perché il Carro e il suo Scoppio devono starci a cuore.

Il Carro, così come noi lo conosciamo – cioè la macchina grandiosa che attraversa la città per esplodere in un turbine di luci e di fragori –, è l’esito di come nel tempo si è trasformata un’antica usanza, giunta a Firenze da Gerusalemme dopo le Crociate. Come accadeva nella Città santa, anche a Firenze si volle esprimere l’accoglienza di Cristo risorto, portando nelle case dei fiorentini una fiamma tratta dal Cero che nella Veglia pasquale viene acceso dal fuoco nuovo, il Cero che è simbolo del Risorto. All’inizio un carro passava lungo le strade della città e portava il fuoco nuovo nelle case, con delle fiaccole. Con il passare del tempo, questo carro è diventato sempre più ricco, fino a diventare esso stesso un fuoco, che vuole illuminare simbolicamente, dal sagrato della cattedrale, l’intera città. Ma tutto, ancora oggi, nasce dalla fiamma del Cero pasquale, una fiamma che qui a Firenze ha un’altra rilevante caratteristica, unica al mondo: essa viene accesa dal fuoco ottenuto sfregando tre pietre tratte dal Santo Sepolcro di Gesù, pietre che – secondo un’antica leggenda – un nostro concittadino, Pazzino de’ Pazzi, ebbe in dono da Goffredo di Buglione, durante la prima Crociata, come riconoscimento per aver portato per primo il vessillo della Croce sulle mura di Gerusalemme. Dal fuoco, tratto dal Sepolcro di Gesù, che alimenta la fiamma del Cero pasquale, viene accesa la miccia della Colombina che, a sua volta, accende i fuochi del Carro e ne provoca lo Scoppio.

Questa storia e queste tradizioni ci appartengono da secoli. Quest’anno, in cui non è sembrato opportuno riproporre il rito dello Scoppio del Carro, non si è voluto però far mancare a Firenze il suo fondamento, il suo significato più profondo. La luce del fuoco benedetto c’è, e ci sarà sempre, ed è la fiamma del Cero pasquale. Questo Cero, al momento del Gloria, ho portato dall’altare fin sul sagrato della cattedrale e lì, dove avrebbero dovuto mostrarsi e sentirsi i fuochi luminosi e fragorosi del Carro, ho mostrato alla città l’esile fiamma del cero, che è Gesù, la sorgente della Pasqua e quindi della speranza per l’umanità.

La fiamma è piccola, umile, come umile e nascosta è l’operosità di quanti, nella sanità e nell’agire solidale, si prendono cura in questi giorni delle persone più deboli, i malati e i poveri. Tenendo nel cuore sia i fragili che i buoni samaritani, ho mostrato alla città il Cero di Cristo Risorto, avendo accanto a me il Sindaco di Firenze, a dire che tutta la città condivide il messaggio di speranza racchiuso in quell’esile fiamma. Un messaggio che non è solo per i credenti, ma è rivolto a tutti, perché tutti in questo momento abbiamo bisogno che ci si dica che la luce ha la meglio sulle tenebre, perché la verità smaschera l’errore; che donarsi l’uno all’altro allontana ogni paura, perché non siamo più soli; che la vita vince la morte, perché la vita che noi abbiamo conosciuto, Cristo, è amore senza riserve, che non ha avuto paura della morte! È l’annuncio della Pasqua, il contributo dei cristiani nell’odierno smarrimento, un contributo di speranza, di luce e di coraggio.

Abbiamo bisogno di speranza per sorreggere l’impegno di tutti. Se Cristo non è rimasto prigioniero del buio della morte ed è risorto a vita nuova, con lui l’umanità può trovare la strada per uscire da ogni tenebra. Non bastano gli slogan di questi giorni a nutrire la speranza di cui abbiamo bisogno. Ne va riconosciuto il lato positivo, in quanto rivelano come il cuore umano non si rassegni alla morte, ma ne va segnalato il limite che è proprio di un auspicio alimentato da ottimismo, di una parola a cui non si possono far corrispondere fatti, ma solo attenderli. La speranza cristiana ha invece le sue radici in un fatto: un sepolcro vuoto. Queste le parole dell’angelo alle donne al sepolcro: «So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto» (Mt 28,5-6).

Abbiamo poi bisogno di luce per il futuro, perché nessuno di noi può pensare che il futuro possa essere uguale al passato. Anzitutto perché questo non sarà possibile, ma soprattutto perché ci sono troppe cose che non vorremmo più rivedere: vorremmo cancellare da questo mondo povertà, inequità, guerre e sfruttamenti; aspiriamo a maggiore giustizia, fraternità, pace, libertà, dignità per tutti. Cristo, che fa nuova la propria vita risorgendo da morte, è riferimento sicuro per un mondo nuovo, una strada affidabile di vera vita, un progetto di umanità che si attua in pienezza e non stravolge se stessa in sogni che ne negano le radici. L’uomo che si pensava Prometeo, ubriaco del proprio potere, si è sbriciolato di fronte a un virus impalpabile, ma anche la perdita dello specifico umano, che sta dietro a un naturalismo apparentemente innocente, rivela la sua ambiguità quando deve arrendersi di fronte a una natura che se non è governata può divorare l’umanità. Non siamo né angeli né bestie: abbiamo bisogno di un umanesimo di cui solo Cristo sa offrirci, nella sua vita fatta dono, il volto atteso dal desiderio del cuore. È lui, Gesù, la verità dell’uomo. Ci ha esortati l’apostolo Paolo: «Cercate le cose di lassù» (Col 3,1), non per alienarci dal mondo, ma per orientarlo verso verità e pienezza.

Oggi e domani avremo poi bisogno di coraggio. Colui che si è affidato al Padre nel donare la propria vita per amore, ci rivela che quelle risorse che noi non possiamo attingere dalle nostre limitate capacità sono invece il dono che Dio non rifiuta a chi lo invoca come Padre. Questo significa in concreto riconoscere che ogni segno di bene che scorgiamo nel mondo – e segni di bene non sono mancati e non mancano anche nelle sofferenze presenti, grazie a tanti che si sacrificano per i fratelli – è un segno di Dio, una traccia della sua grazia. «Chiunque crede in lui [Gesù] riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome» ha affermato Pietro (At 10,43). In Gesù, affidandoci a lui, il male, cioè il peccato e ogni male che oscura la nostra umanità, può essere sconfitto.

Speranza, luce e coraggio è il dono della Pasqua di Gesù, ciò che scaturisce dalla sua Croce e Risurrezione. Che possiate incontrare oggi Gesù, speranza, luce e coraggio dell’umanità, è l’augurio che vi fa il vostro vescovo. Buona Pasqua.

Giuseppe card. Betori

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