Commento al Vangelo di Don Giuliano – XXII Domenica Tempo Ordinario

XXII DOMENICA TEMPO ORDINARIO

Il nostro Pietro come siamo soliti dire, nel capitolo 16 del Vangelo secondo Matteo, ne prende una calda e una fredda. Eh, sì. Domenica scorsa l’azione dello Spirito lo ha aiutato a riconoscere nel Signore il Messia, in questo brano egli fa prevalere il suo istinto, la sua logica “buona” di difensore della vita di Gesù, ma opponendosi ad un progetto ben più grande. Anche a noi oggi il discorso di Gesù può sembrare duro, sicuramente perché cadiamo nella trappola dei nostri ragionamenti prevalentemente umani, ovvero molto accomodanti secondo il pensiero del mondo (dal quale siamo invitati ad allontanarci – seconda lettura). Il Signore invece prosegue dicendo che possiamo salvarci solo attraverso il dono della propria vita secondo l’esempio che Lui lascerà. Non è un semplice gioco di parole, ma Dio salverà la nostra vita se l’avremo donata nel suo nome. È proprio quando ci doniamo che sentiamo il valore e la profondità della vita non solo quando ricerchiamo sempre il nostro piacere o la nostra felicità, come se dipendesse tutto da noi. La croce nel progetto di Dio non ti uccide, ma ti salva secondo la sua logica, non la nostra; è segno di Colui che si dona per cui ogni volta che noi portiamo la croce ci mettiamo nella condizione di donarci. L’invito di Gesù è chiaro: seguirlo verso il dono di sé. È ovvio che ci sentiamo come Pietro, un po’ scombussolati, in fondo come lui, noi siamo raggiunti da un messaggio d’amore troppo grande che ci fa entrare in lotta, ci spiazza. Così come spesso mal interpretiamo la frase che dobbiamo rinnegare noi stessi che suona come se dovessimo disprezzare noi stessi, non è così, bensì si tratta di un cambiamento, di una trasformazione che siamo chiamati ad operare. Occorre spostare di più il baricentro della nostra vita e portarlo a collimare maggiormente con l’oltre noi, verso l’altro, verso Dio. Assecondare solo se stessi renderà la nostra vita un qualcosa che si ridurrà a ben poco: occorre fidarsi della forza centrifuga dell’amore piuttosto che di quella centripeta, cioè l’egoismo. Non si segue il Signore per imitarlo realmente con la morte sulla croce, la sua croce è diversa dalla nostra; lo seguiamo perché ci sentiamo amati da Lui e ancor di più ci sentiamo amati dall’alto di quella sua croce, quel gesto Lui l’ha compiuto per tutti, anche per me. È un gesto che umanamente giudichiamo assurdo, ma è il gesto che deposita nel cuore di ogni uomo quel “fuoco ardente” (prima lettura) che ci rassicura e ci aiuta nella vita a non dimenticare che siamo fatti per Lui. Mai sottovalutare la grandezza o meglio la potenza della croce: il Signore fa questo discorso a uomini ordinari, anche abbastanza debolucci, ma per renderli forti e grandi nell’affrontare la realtà. Non pensiamo che praticare la vita di fede e la vita della chiesa sia qualcosa di leggero. Non possiamo ricercare nella chiesa solo quella dimensione spirituale gratificante che spesso cede il passo alla sola emotività avulsa da qualsiasi impegno o sacrificio, appunto il carico della propria croce dove si rivela Dio nella sua grandezza. La vita consegna a ciascuno la propria croce: accettarla o rifiutarla? Gesù ci insegna ad accoglierla per oltrepassare i propri limiti. Se pensiamo che la difficoltà o i sacrifici che sono tenuto a fare siano fine a se stessi non vado oltre la soglia della sofferenza e purtroppo rimarrò lì schiacciato da quel peso; se li affronto nella nuova logica che il Signore spiega ai discepoli allora questo non solo mi realizzerà nella capacità di amare, ma mi libererà verso una dimensione più grande e più alta del mio vivere, tanto da rendere il peso della croce, soave. Continuiamo a camminare…sempre dietro a Lui.

Don Giuliano

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