Domenica 25 ottobre : La Liturgia della Parola

UFFICIO LITURGICO – ARCIDIOCESI DI FIRENZE

Indicazioni formative sulla celebrazione eucaristica

e sulla nuova traduzione del Messale Romano

Domenica 25 ottobre – XXX del Tempo Ordinario

La Liturgia della Parola

Dopo avere visto i Riti di Introduzione, che “hanno un carattere di inizio, di introduzione e di preparazione” (OGMR n° 46) e che ci aiutano a formare una Comunità che prega con un cuore solo ed un’anima sola, vediamo oggi l’importanza della Liturgia della Parola, primo polo centrale della celebrazione eucaristica, ed in quali parti è strutturata.

“Quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura, Dio stesso parla al suo popolo e Cristo, presente nella sua parola, annunzia il Vangelo” (OGMR 29).

Terminata la colletta che conclude i Riti di Introduzione, ci mettiamo seduti proprio perché in questa posizione è più facile concentrarci e disporci ad ascoltare, mentre un lettore si porta all’ambone (la parola indica un luogo ben definito e rialzato, non un semplice leggio) per proclamare il testo della prima lettura. Normalmente tratta dall’Antico Testamento, eccetto nei tempi forti, questo brano ci presenta un tema o un fatto che troverà compimento, attuazione, realizzazione piena nelle parole e nei gesti del Signore Gesù proclamati nel Vangelo del giorno.

Il salmo responsoriale che segue la prima lettura, come dice il nome, vuole farci entrare in dialogo con Dio, a cui ci rivolgiamo con la sua stessa Parola (il ritornello o versetto responsoriale è tratto dal salmo stesso o ad esso ispirato). La scelta del salmo riprende il tema preannunciato nella prima lettura che troverà compimento nel Vangelo. Proprio perché i salmi sono preghiere poetiche scritte per essere cantate, se possibile, sarebbe bene che almeno il ritornello fosse cantato da tutta l’assemblea.

Nelle domeniche, nelle feste e nelle solennità segue la seconda lettura, sempre tratta da un libro del Nuovo Testamento, escludendo i Vangeli. Ascoltiamo come concretamente viveva la Comunità cristiana al tempo degli apostoli o subito dopo. Normalmente la scelta di questo testo, escludendo i tempi forti, non ha alcun legame con il tema del Vangelo e della prima lettura, ma segue quasi in continuità i libri neo-testamentari (ad esempio: si inizia la proclamazione della lettera ai Romani e domenica dopo domenica si procede di capitolo in capitolo; poi si continua con un altro libro del Nuovo Testamento).

Al termine della seconda lettura ci alziamo in piedi per il canto al Vangelo: vogliamo esprimere rispetto e onore al Signore Gesù che è presente nella sua Parola, manifestare la nostra prontezza all’azione e far nostra la gioia della risurrezione con questo canto di lode (la parola “Alleluia” vuol dire: “Lode a te, Signore”). Nel tempo di Quaresima, per il suo carattere penitenziale, di essenzialità e di deserto, omettiamo l’espressione Alleluia – legata direttamente all’annuncio della risurrezione – per riprenderla nella notte della veglia pasquale. In questo tempo si utilizzano altre parole come “Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria” oppure “Lode e onore a te, Signore Gesù”.

La proclamazione del Vangelo, culmine di tutta la Liturgia della Parola, è riservata ad un ministro ordinato (il presbitero o il diacono) e viene preceduta dal saluto liturgico (“Il Signore sia con voi – E con il tuo spirito”) per ridestare il nostro cuore alla presenza del Signore, dalla possibilità di incensare il libro del Vangelo e dal gesto di tre piccoli segni di croce che facciamo sulla fronte, sulle labbra, sul petto ad indicare che la Parola del Signore vogliamo rimanga sempre impressa nella nostra mente, nelle nostre parole e soprattutto nel nostro cuore. Al termine della proclamazione il ministro bacia il libro del Vangelo, a sottolineare ancora una volta come sia segno della presenza del Signore in mezzo a noi, e con esso può impartire la benedizione a tutta l’assemblea (è un gesto facoltativo).

Il celebrante prosegue con l’omelia (il termine greco vuol dire “esortazione familiare”) con cui spiega il senso delle letture e di tutta la celebrazione nel contesto odierno che stiamo vivendo: cerca di spezzare il pane della Parola affinché possa essere alla portata di tutti e possa indirizzare il nostro cammino concreto verso il Signore.

La Liturgia della Parola prosegue con la professione di fede, o Credo, con cui vogliamo rinnovare la nostra volontà di credere in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo dopo aver ascoltato la sua Parola e averla compresa per la nostra vita. Il Credo può essere cantato o recitato tutti insieme. Normalmente usiamo la formula Niceno-Costantinopolitana, ma è possibile usare il Credo o Simbolo degli Apostoli, più antico e più essenziale.

Proprio perché non è facile professare concretamente nella vita quotidiana la nostra fede, ci rivolgiamo al Signore con la preghiera universale, o preghiera dei fedeli, in cui affidiamo di Dio le nostre intenzioni. In ogni celebrazione è sempre bene pregare per queste quattro realtà: 1. per la Chiesa: essendo una Liturgia c’è sempre questa dimensione ecclesiale e universale; 2. per la società civile, i governanti e quanti hanno incarichi di responsabilità: chiediamo che siano guidati dal Signore per il bene comune; 3. per i malati ed i sofferenti: sentano la consolazione di Dio e la vicinanza di tutti; 4. per le concrete necessità della nostra Comunità. Sarebbe bello se queste intenzioni di preghiera fossero composte da un gruppo di fedeli che, con la collaborazione del parroco, dopo la meditazione delle letture domenicali o festive, possa esprimere la preghiera particolare della propria realtà ecclesiale.

Terminata la preghiera universale si conclude la Liturgia della Parola e inizia la Liturgia Eucaristica, che vedremo nelle prossime domeniche.

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