XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Ci sono tanti passaggi significativi e bellissimi nell’episodio del miracolo dei pani e dei pesci. Il miracolo avvenne successivamente la notizia della morte del Battista per mano di Erode e preceduto dall’atteggiamento di preghiera da parte di Gesù nel deserto. Oltre alla compassione provata da Gesù verso le folle che lo seguivano e ascoltavano c’è l’invito al servizio rivolto ai discepoli, un bel significato che riguarda la chiesa e le sue comunità, riguarda il ruolo dei credenti uniti nell’operare il bene. Il miracolo è inesauribile nelle sue spiegazioni e ci dice quanto ancora abbiamo da imparare. Prima di tutto, renderci conto delle necessità, proprie e altrui e, come spesso accade, non rimanere bloccati nell’intervenire in occasione di una circostanza dove il bisogno è sproporzionato alle nostre possibilità. Il modo che il Signore ci rivela è quello di unire le forze, operare con spirito di servizio, mettere a disposizione l’ascolto ancor prima di quel poco che abbiamo. Questa è una forma di solidarietà che affascina perché in fondo con poco possiamo realizzare molto. Nel miracolo c’è un grande atto di fiducia reciproco fra i discepoli e Gesù che prende ciò che c’è, benedice, spezza e dona attraverso di loro. Insomma, l’affidare quei pochi pani e pesci nelle mani del Signore ci indica che non dobbiamo avere paura di affidare la nostra vita al Signore e donarla a favore del prossimo; ciò equivale a donarla nella famiglia, nel lavoro, nei contesti di incontro con gli altri. Se viviamo i passaggi che sono parte del miracolo alla fine saremo tutti sazi, soddisfatti, contenti. Il brano è ricco di condizioni che sono propedeutiche al miracolo stesso come quella della gente che va in cerca di Gesù, lo insegue lo ascolta. Il Signore ci dona la sua Parola, con essa ci nutre, riempie i vuoti delle esistenze, illumina le coscienze, guarisce le ferite. Spesso crediamo che siano le cose a identificarci, non è così: agli occhi del Signore noi valiamo molto di più di quanto possediamo. Ma in una società che evidenzia sempre l’importanza dei beni materiali sopra tutto, la nostra identità ne risulta impoverita. Siamo consapevoli del fatto che ognuno di noi rischia di far prevalere il materiale sullo spirituale? Questo miracolo comunque riguardò l’aspetto materiale e in un certo senso fece più colpo, più scalpore degli aspetti spirituali in quanto più appariscente; questo non passò in modo inosservato agli occhi del Signore il quale ci tornò sopra e sempre di fronte ad una folla che lo cercava a Cafarnao, disse: “in verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati” (Gv 6,26). Quel miracolo non serviva per evidenziare la spettacolarità, fu un insegnamento per i discepoli, ed è oggi un insegnamento per noi, chiamati alla condivisione e alla comunione che cresce e matura davanti all’Eucarestia, cibo per l’immortalità, per spiegare che Lui stesso sazia i bisogni spirituali più profondi dell’essere umano. Siamo chiamati a proseguire questa opera con senso di responsabilità nel farci carico di situazioni sia morali, sia materiali di cui necessitano i nostri ambienti. Abbiamo poco, in tutti i sensi, ma impegniamoci a utilizzarlo dando ascolto al Signore che ci chiede di portarlo a Lui. Ma quando mai ci mettiamo in questa condizione? Ancor più chiaro il messaggio finale: nonostante una grande sproporzione di mezzi, il miracolo terminò allo stesso modo, ovvero, in modo sproporzionato, ma con esito invertito, avanzarono dodici ceste, perché la grazia di Dio opera in modo sovrabbondante … sempre … alla faccia dei nostri calcoli.
Don Giuliano
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