Commento al Vangelo di Don Giuliano: XXVI DOMENICA DEL TEMPO RDINARIO

XXVI DOMENICA DEL TEMPO RDINARIO

I brani di oggi ci chiamano a maturare un rapporto con il Signore nella semplicità, nella verità e soprattutto nell’amore. Come fra le persone anche il rapporto con Dio lambisce i nostri sentimenti e i nostri caratteri; per questo motivo non possiamo fingere e pensare di ingannare Dio, come talvolta ci succede nei confronti delle persone. Addirittura, le nostre finzioni toccano anche le relazioni più prossime a noi come quelle familiari o le amicizie più care. Per smascherare questo comportamento Gesù si rivolge ai capi e agli anziani del popolo che dubitavano del suo comportamento e delle sue parole e soprattutto non si fidavano di Lui. Egli propone una parabola in cui i protagonisti non sono padroni e servi, ma li prende dall’ambito più naturale e prezioso, quello familiare; si tratta di un padre che chiede ai propri figli di andare a lavorare non nella vigna di altri, ma in quella propria, per cui si dà per scontato un interesse di e per tutti. Il comportamento dei figli è asimmetrico fra le parole dette e quelle compiute. Le risposte mettono in luce quale sia il rapporto dei figli col padre riguardo all’ascolto e al riconoscerne l’autorità. Siamo invitati a trasportare tutto questo sul piano della fede. Conosciamo bene ciò che Dio ci dice di fare per essere e vivere da figli suoi, ma quante volte ci capita di cambiare idea? Conosciamo i comandamenti e tutte quelle indicazioni che provengono dall’insegnamento del Signore e della Chiesa, ma poi alla fine prevalgono i nostri desideri, i nostri fini e non sempre dimostriamo il nostro amore per la vigna, cioè la Chiesa, la comunità. In realtà c’è un certo interesse e anche una certa attrazione verso di essa; lo sappiamo bene quando della comunità abbiamo bisogno, per un consiglio, per una consolazione, per sentire l’amore del Signore, ma poi spesso prevalgono interessi banali e ci perdiamo in un bicchier d’acqua e abbandoniamo pure il contesto della comunità, della parrocchia. Tutto sta nella nostra elaborazione o rielaborazione dei fatti, delle scelte, se in un qualche modo lasciamo intervenire la nostra coscienza. È sicuramente bello dare subito una risposta positiva a chi ci chiede di fare qualcosa, ma poi se non la facciamo, deludiamo, inganniamo, e ciò ricade su di noi e se non c’è un pentimento sincero indeboliamo il rapporto fino ad allontanarci da esso anche definitivamente e molti ci passeranno avanti nel regno dei cieli. Allora cosa dobbiamo fare? Impegnarci a realizzare ciò che ci viene chiesto per il nostro bene e anche per il bene di tutti. Perché il figlio che aveva detto no poi fa ciò che gli era stato chiesto? Perché, dice il Vangelo, si pentì. Il pentimento è un processo talvolta anche doloroso, ma liberante in quanto ti fa riacquistare fiducia, serenità e non compromette il legame padre-figlio. Il profeta Ezechiele (prima lettura) parla di conversione dalla propria malvagità, chi fa questo vivrà e non morirà. Se poi vogliamo addentrarci ancora di più vale rileggere il famoso brano della lettera agli Efesini (seconda lettura) dove si cita l’atteggiamento di umiltà e obbedienza con le quali il Signore ha portato a compimento la sua opera di salvezza e soprattutto l’invito rivolto a tutti di avere in noi gli stessi sentimenti di Cristo.  

Don Giuliano

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